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Home Rivelazioni Homo faber

Il santuario che odora di viole

by Silvestre Ferruzzi
13/05/2021
in Homo faber
Il santuario che odora di viole

campanile ed abside del santuario mariano elbano

Il Santuario della Madonna del Monte si trova all’isola d’Elba, nel comune di Marciana.
Si raggiunge a piedi attraverso un suggestivo percorso che si snoda tra i monti ed il mare, lungo il versante nordoccidentale dell’isola. D’impianto romanico, questa chiesa fu costruita – secondo la tradizione – a seguito della miracolosa apparizione d’un masso sul quale era dipinta la Vergine Assunta, poi inglobato nell’affresco soprastante l’altare maggiore.
La storia di questa chiesa e del suo romitorio è legata al nome di Napoleone Bonaparte, che vi dimorò dal 23 agosto al 5 settembre 1814.
Meta di secolari pellegrinaggi, nel Trecento era chiamata «Sancta Maria de Monte» e, successivamente, «Sancta Maria Maior», come appare in un’epigrafe seicentesca al suo esterno.

Ad un attento esame, appare evidente come l’attuale chiesa insista sull’intero perimetro di una vasta struttura romanica che, per dimensioni e rapporti, è del tutto simile alla vicina Pieve di San Giovanni Battista in Campo.
Posta a 624 metri d’altitudine, lungo l’antico tracciato medievale della «Via Pomontinca» che univa Marciana con Pedemonte, questa chiesa era originariamente costituita da un’unica navata rettangolare absidata, non esattamente orientata e larga circa 8,20 metri. La muratura absidale, la sola attualmente visibile da un locale seminterrato, fu realizzata in «opus incertum» a calce e ricoperta esternamente da uno spesso strato d’intonaco.
L’abside, distinguibile nella sua parte inferiore e nella spalletta sinistra, venne successivamente demolita per far luogo alla sacrestia. La navata, dopo le poderose modifiche strutturali operate probabilmente agli inizi del Cinquecento, presenta una serie di piedritti laterali per il sostegno delle volte che sostituirono l’originaria copertura a capanna.
Dell’impianto romanico è testimonianza, oltre alla presenza di ciò che resta dell’ampia abside, un piccolo ingresso rinvenuto (1995) nel fianco settentrionale, comunicante col presbiterio, apertura di servizio per uso liturgico sempre riscontrabile negli edifici sacri dell’XI e del XII secolo.
Nel fianco meridionale del presbiterio, al di sotto degli interventi pittorici cinquecenteschi, rinvenuti nel 1995 e riconducibili al periodo appianeo (drappeggi a larghe losanghe gialle e rosse con volute vegetali superiormente), sono visibili minime tracce dell’originaria decorazione romanica. Essa consisteva in un reticolo romboidale nero su sfondo giallastro, probabilmente parte del drappo basamentale sopra il quale si svolgevano le rappresentazioni di teorie paratattiche di santi.
L’affresco raffigurante la «Virgo in vescica piscis», inglobato in una parete che chiuse l’originaria abside, è verosimilmente posteriore al primo impianto della struttura, essendo databile al XIV o XV secolo.

I restauri diretti nel 1995 dall’architetto Paolo Ferruzzi misero in luce, nella lunetta posta sopra l’altare, degli eccezionali affreschi raffiguranti un’Esaltazione della Croce, realizzati dal vercellese Giovanbattista Bazzi detto Il Sodoma (1477//1549), che in gioventù fu seguace di Leonardo da Vinci e in seguito operò al fianco dei principi Appiani di Piombino. Il soprannome Sodoma deriva, contrariamente a quanto si possa pensare, dalla toscanizzazione del tipico intercalare piemontese del pittore: «Su, andùma!» ossia «Su, andiamo!».
Una conferma all’attribuzione sodomesca è data dal trattamento ad affresco di una buca per le elemosine ricavata nel pilastro dell’arcata presbiteriale, dai tipici caratteri cinquecenteschi in elegante stampatello: «FATE ELIMOSINA ALLA FABRICA DELLA MADONNA».
Particolare importanza riveste, all’esterno della chiesa, il Teatro della Fonte, splendida esedra in granito opera di Pellegrino Calani da Filetto d’Onigana (ossia Lunigiana), la cui realizzazione si protrasse dal 1663 al 1698.

L’esedra in granito, detta anche Teatro della Fonte, davanti alla facciata del santuario

Nel 1799 i marcianesi vinsero le truppe repubblicane francesi che tentavano d’impadronirsi dell’isola e, come doni votivi alla Vergine del Monte, murarono i fucili dei nemici in una nicchia all’interno della chiesa, poi rinvenuti nel 1983.

Giovanvincenzo Coresi del Bruno scrisse, nel 1739, che «le mura di detta chiesa odorano di viole, ove fregati i fazzoletti, e particolarmente dalla parte della campagna, acquistano il colore giallo e conservano per molto tempo il suddetto colore.»
Chissà  che le viole cui si riferiva Giovanvincenzo Coresi Del Bruno non siano le stesse che ancora oggi crescono nella tarda primavera nei paraggi del Santuario? Famose sono infatti le splendide fioriture di Viola corsica ilvensis che tra maggio e giugno ricoprono le irte vette granitiche che fanno corona al massiccio del Monte Capanne, riempendolo di miniaturistici tappeti viola dalle mille tonalità.
Il colorato responsabile è uno splendido e preziossimo fiore, la cosiddetta Viola dell’Elba, sottospecie endemica della Viola corsica che si trova solo sui monti del versante occidentale dell’isola. Una gamma di splendidi colori contraddistingue questo fiorellino: dal classico violetto al biancastro. E spesso capita che nello stesso fiore compaiano petali sia violetti che biancastri. Queste viole si trovano a partire dai 500 metri di altitudine, spesso affondate e protette all’interno degli spinosissimi cuscinetti di Genista desoleana, pianticella dalle splendide fioriture gialle che in elbano viene chiamata prunella.

di Silvestre Ferruzzi – dicembre 2010

foto di A. Bazzoli

Tags: culto marianoIsola d'ElbaToscana
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Silvestre Ferruzzi

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