In un’epoca segnata da conflitti, odio e violenza, riemerge dal silenzio dei secoli un messaggio di pace che sembrava perduto. È inciso sulla pietra, in una forma antica e solenne: IN NOMINE JESU PAX HUIC DOMUI , ovvero <Nel nome di Gesù Pace a questa casa>.
Non è una semplice iscrizione, ma è il messaggio di pace che Gesù rivelò a san Francesco d’Assisi oltre ottocento anni fa. Un saluto francescano primitivo che, inaspettatamente, riaffiora oggi a Perugia, tra le pietre di una casa privata, svelando un legame profondo tra l’insegnamento di pace cristiano, trasmesso fino a noi dall’evangelista Luca, e la scelta del fondatore dell’ordine dei Francescani di testimoniare la pace agli uomini, vivendo alla lettera le parole scritte nel Vangelo.
Il mistero della pietra di via Sant’Elisabetta
Più volte, uscendo dall’Arco di Augusto (la porta settentrionale etrusca di Perugia), e poi scendendo lungo via Corrotta, verso la zona della Conca e dell’acquedotto medievale, il mio sguardo si è posato su un’iscrizione incisa su una pietra di spoglio, bene in vista nel muro esterno colo ocra di un edificio privato in via Sant’Elisabetta. Sebbene annerita dallo smog e consunta dal tempo, l’epigrafe mostra ancora chiaramente nella riga superiore l’incipit: In nomine Jesu , mentre nella riga inferiore si legge chiaramente solo il termine: pax.
Nel nome di Gesù, pace… Le parole che seguono sono quasi illeggibili, e in particolare le lettere finali dell’iscrizione sono talmente consunte da apparire indecifrabili.
Così mi ero rassegnata, fino a qualche mese fa, a non poter interpretare il contenuto integrale della misteriosa iscrizione. Finché un giorno, passando per l’ennesima volta davanti ad essa, è arrivata inaspettata ed improvvisa una felice intuizione: quella frase non rappresenterebbe un generico augurio di pace cristiano, come avevo creduto, ma testimonierebbe il primitivo autentico saluto di pace francescano, trasmesso dal santo di Assisi ai suoi frati poco prima di lasciare il corpo il 4 ottobre del 1226.
Nel nome di Gesù, pace… Le parole che seguono sono quasi illeggibili, e in particolare le lettere finali dell’iscrizione sono talmente consunte da apparire indecifrabili.
Così mi ero rassegnata, fino a qualche mese fa, a non poter interpretare il contenuto integrale della misteriosa iscrizione. Finché un giorno, passando per l’ennesima volta davanti ad essa, è arrivata inaspettata ed improvvisa una felice intuizione: quella frase non rappresenterebbe un generico augurio di pace cristiano, come avevo creduto, ma testimonierebbe il primitivo autentico saluto di pace francescano, trasmesso dal santo di Assisi ai suoi frati poco prima di lasciare il corpo il 4 ottobre del 1226.
Dalle Crociate alla Regola: un disegno di pace universale
Dopo aver letto In nomine Jesu pax mi si è mostrato chiaramente il termine latino huic e così sono riuscita ad interpretare le tre lettere doi, un’abbreviazione per contrazione del termine do(mu)i , ovvero il dativo di domus, casa. L’intera frase si è così rivelata nel suo significato più profondo: In nomine Jesu / Pax Huic Domui che tradotto dal latino suona: Nel nome di Gesù Pace a questa casa.
Questo saluto ben augurante non nasce dal nulla, ma corrisponde esattamente a quello che troviamo scritto nel Vangelo di Luca: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (10, 5). Francesco fece sue le parole dell’evangelista, elevandole a pilastro della sua missione evangelica.
Questo saluto ben augurante non nasce dal nulla, ma corrisponde esattamente a quello che troviamo scritto nel Vangelo di Luca: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (10, 5). Francesco fece sue le parole dell’evangelista, elevandole a pilastro della sua missione evangelica.
Il saluto che Gesù aveva rivolto ai discepoli, si trova identico nel capitolo XIV della Regola “non bullata”[1] , il documento che Francesco scrisse per ottenere l’approvazione papale tra il 1220 e il 1221, ovvero subito dopo il suo ritorno dall’Egitto e dal regno latino di Gerusalemme.
Il contesto storico in cui Francesco maturò la scelta di attraversare il mare per recarsi in Siria e poi a Damietta, è quello della V Crociata iniziata nel 1217. Francesco inviò in quello stesso anno frate Elia nelle Terre d’Oltremare e nel 1219 lo raggiunse, diventando suo malgrado testimone oculare di sanguinose battaglie combattute sotto le mura di Damietta assediata dai Franchi. In quell’estate del 1219 Francesco riuscì ad incontrare il sultano Al-Kamil e attraversò senza rimore il campo nemico per portare a termine la sua missione. Il sovrano di fede islamica accolse l’umile frate cristiano ospitandolo alla sua corte per molti giorni. Quell’esperienza tra i Saraceni e tra i Sufi che attorniavano il Sultano coinvolse profondamente Francesco ed è altamente probabile che essa influenzò la stesura della Regola non bullata, scritta dal frate nel 1221, da poco rientrato alla Porziuncola.
La Regola invitava i frati a testimoniare la parola di Gesù nel mondo, e dava loro consigli su come comportarsi di fronte a genti di fede diversa (i cosiddetti INFEDELI) , suggerendo di testimoniare sempre attraverso le parole del vangelo la pace, ovunque essi andassero e in qualunque casa essi entrassero.
Quando Francesco nella primavera del 1220 lasciò la Terra Santa, doveva essere deluso e disgustato dal proseguire di tanta inaudita violenza. L’umile frate si era recato in Palestina per portare la Pace ma la guerra proseguì dopo la sua partenza per colpa dell’intransigenza e della bellicosità del cardinale Pelagio, legato del papa in Terra Santa.
Francesco inserì il saluto di Gesù nella Regola scegliendolo come saluto francescano. Pace a questa casa è l’augurio cristiano di pace che troviamo ribadito non solo nella Regola ma anche nel Testamento spirituale che Francesco lasciò ai frati in punto di morte, un documento autografo che oggi appare quasi un atto di resistenza spirituale di fronte alla violenza nel mondo. Nel documento originale del suo testamento, giunto fino a noi, Francesco dice testualmente queste parole: «Dio mi rivelò che dicessi questo saluto: che Dio ti dia pace» .
La Regola invitava i frati a testimoniare la parola di Gesù nel mondo, e dava loro consigli su come comportarsi di fronte a genti di fede diversa (i cosiddetti INFEDELI) , suggerendo di testimoniare sempre attraverso le parole del vangelo la pace, ovunque essi andassero e in qualunque casa essi entrassero.
Quando Francesco nella primavera del 1220 lasciò la Terra Santa, doveva essere deluso e disgustato dal proseguire di tanta inaudita violenza. L’umile frate si era recato in Palestina per portare la Pace ma la guerra proseguì dopo la sua partenza per colpa dell’intransigenza e della bellicosità del cardinale Pelagio, legato del papa in Terra Santa.
Francesco inserì il saluto di Gesù nella Regola scegliendolo come saluto francescano. Pace a questa casa è l’augurio cristiano di pace che troviamo ribadito non solo nella Regola ma anche nel Testamento spirituale che Francesco lasciò ai frati in punto di morte, un documento autografo che oggi appare quasi un atto di resistenza spirituale di fronte alla violenza nel mondo. Nel documento originale del suo testamento, giunto fino a noi, Francesco dice testualmente queste parole: «Dio mi rivelò che dicessi questo saluto: che Dio ti dia pace» .
Sulle tracce della chiesa perduta di Sant’Elisabetta
Mi sono anche chiesta da dove possa provenire la pietra che reca il saluto di pace francescano. La mia ipotesi è che sia appartenuta alla scomparsa chiesa di Sant’Elisabetta, un edificio tardo medievale francescano che dal XIII secolo sorgeva nelle immediate vicinanze dell’antico acquedotto medievale. Oggi, al suo posto, sorgono le facoltà di Matematica e Chimica, e della chiesa medievale non resta più alcuna traccia.
Non è forse per caso che pubblico i risultati di questa mia ricerca oggi, 17 novembre, festa di Sant’Elisabetta d’Ungheria. Contemporanea di san Francesco, Elisabetta scelse come lui la via della povertà assoluta, rinunciando alla corona e a tutti i suoi averi, per dedicarsi interamente agli ultimi indossando la veste umile della penitente.
La pietra perugina su cui fu inciso il saluto di pace trasmesso da Gesù a san Francesco, potrebbe provenire dalla perduta chiesa intitolata alla santa francescana Elisabetta d’Ungheria, la cui storia si intreccia con quella di Perugia, perché in questa città la santa fu canonizzata, nell’anno 1235, nella chiesa di San Domenico alla presenza di papa Gregorio IX.
La pietra perugina su cui fu inciso il saluto di pace trasmesso da Gesù a san Francesco, potrebbe provenire dalla perduta chiesa intitolata alla santa francescana Elisabetta d’Ungheria, la cui storia si intreccia con quella di Perugia, perché in questa città la santa fu canonizzata, nell’anno 1235, nella chiesa di San Domenico alla presenza di papa Gregorio IX.
Un’ulteriore conferma che il saluto Pax huic domui corrisponde al vessillo identificativo di Francesco si trova nel monastero benedettino di Subiaco. Qui, nella cappella di San Gregorio, è conservato un celebre affresco che ritrae il santo prima della sua morte: egli infatti è senza aureola e sulla sua carne non si vedono le stimmate. La compianta studiosa Chiara Frugoni datò l’opera pittorica che ritrae Francesco a Subiaco al biennio 1228/1229.
Vorrei porre all’attenzione del lettore il cartiglio che il santo stringe nella mano destra, in cui si legge chiaramente lo stesso saluto di pace inciso nella pietra perugina: Pax huic domui. Prima dei restauri, in fondo all’iscrizione, appariva la sigla L C X V, da interpretare a mio avviso come riferimento biblico al brano del vangelo di Luca, 10,5.
Questo affresco conferma dunque in modo inequivocabile che il saluto di Pace inciso sulla pietra perugina è quello che Francesco volle trasmettere ai suoi frati, poiché si tratta dello stesso che Gesù aveva tramandato ai suoi discepoli.
Vorrei porre all’attenzione del lettore il cartiglio che il santo stringe nella mano destra, in cui si legge chiaramente lo stesso saluto di pace inciso nella pietra perugina: Pax huic domui. Prima dei restauri, in fondo all’iscrizione, appariva la sigla L C X V, da interpretare a mio avviso come riferimento biblico al brano del vangelo di Luca, 10,5.
Questo affresco conferma dunque in modo inequivocabile che il saluto di Pace inciso sulla pietra perugina è quello che Francesco volle trasmettere ai suoi frati, poiché si tratta dello stesso che Gesù aveva tramandato ai suoi discepoli.
Un patrimonio da salvare
Mi auguro che l’ iscrizione di Perugia, da me interpretata in senso francescano, possa essere al più presto ripulita e restaurata come merita, in vista di una sua valorizzazione. Essa rappresenta infatti una rarissima e preziosissima testimonianza del saluto francescano di Pace primitivo, in seguito andato perduto, saluto senza dubbio più antico e più autentico del celebre “Pax et Bonum” ancora oggi in uso tra i Francescani.
di Antonella Bazzoli
17 novembre 2025, festa di Sant’Elisabetta
[1] La regola non “bullata” è quella che il pontefice non volle approvare. Per l’approvazione della nuova regola riveduta e corretta occorrerà attendere il 1223.
[2] Cfr. C. Frugoni, L’invenzione delle stimmate, 1993, Torino, Einaudi, pp. 269-274
- Il ritratto si trova insieme ad altri affreschi nella cappella che sappiamo essere stata consacrata prima del 1227 dal vescovo di Ostia Ugolino, colui che da lì a poco sarebbe salito al soglio pontificio col nome di Gregorio IX. ↩︎







































