Lungo l’antica Flaminia, dove la via consolare romana raggiunge il monte Cucco, s’incontra il borgo di Purello la cui storia si lega al santuario mariano della Madonna della Ghea.
Situato in posizione dominante sopra un colle pianeggiante, l’edificio ha un portico che gli gira tutto intorno scoprendo un’ampia visuale digradante verso est dove si stagliano le cime dell’Appennino umbro-marchigiano.
Il paesaggio collinare circostante fa da corona alla chiesa mariana che sorge in un luogo sacro fin dalla notte dei tempi.
La posizione strategica del poggio su cui fu edificato il santuario induce a ritenere che il sito sia stato frequentato, anche in epoche precedenti, non soltanto per finalità devozionali e religiose, ma anche per esigenze di carattere difensivo e militare. In effetti, le fonti attestano la presenza di un insediamento fortificato medievale, il Castrum della Ghea, documentato in una pergamena del XIII secolo. È inoltre plausibile che già nell’alto medioevo l’area fosse utilizzata come roccaforte bizantina con funzione di contenimento nei confronti dell’espansione longobarda.
A tal proposito, giova ricordare come questo tratto della via Flaminia rivestisse un ruolo strategico fondamentale, in quanto assicurava il collegamento tra Roma, sede del papato, e Ravenna, sede dell’esarcato bizantino. Nel medioevo, l’attuale Purello era noto con il nome di Villa Sant’Apollinare, evidente riferimento a sant’Apollinare, di origine orientale e primo vescovo di Ravenna, al quale sono dedicate le celebri basiliche ravennati di Sant’Apollinare Nuovo e di Sant’Apollinare in Classe.
Quella che in origine era probabilmente una villa romana assunse nei secoli successivi una rilevante importanza politico-militare, proprio in virtù della sua collocazione lungo la via Flaminia e all’interno del cosiddetto “corridoio bizantino”, ossia quella fascia territoriale sotto l’influenza della Chiesa di Roma ma difesa militarmente dall’Impero romano d’Oriente durante le invasioni gotiche e, successivamente, longobarde.
In questo contesto si inserisce la questione dell’origine etimologica del toponimo “Ghea”, la cui forma peculiare e apparentemente isolata solleva interrogativi interpretativi. La persistenza di una presenza bizantina nell’area, posta lungo una linea di confine con i territori longobardi, rende particolarmente significativo interrogarsi sulla possibile derivazione linguistica del termine.
La spiegazione tradizionale, proposta dallo studioso Gino Sigismondi, riconduce il toponimo a un’origine longobarda. Tale ipotesi si fonda su alcune attestazioni documentarie: un atto del X secolo attribuito a Ottone III, nel quale compare il termine “glea”, e una bolla papale di Adriano IV del 1156, che riporta la forma “glera”. Secondo Sigismondi, attraverso processi di evoluzione fonetica — in particolare la caduta delle consonanti liquide — si sarebbe giunti alla forma attuale “Ghea”.
Tuttavia, la documentazione medievale restituisce anche varianti differenti, quali “castrum Chere”, attestato in un documento del 1259, e “podio Ghee”, presente in pergamene del XIV secolo provenienti dal monastero di Santa Maria d’Appennino che si trovava nelle vicinanze. Tali oscillazioni formali suggeriscono una tradizione toponomastica più complessa, che non sembra esaurirsi in una linea evolutiva univoca.
Alla luce di tali considerazioni, si può avanzare un’ipotesi alternativa, che riconduce il toponimo a una matrice greca. In particolare, si propone una possibile derivazione dal termine greco panaghía (παναγία), sostantivo femminile utilizzato nella tradizione cristiana orientale per designare la Vergine Maria con il significato di “tutta santa” (pan = “Itutto”, hágios= “santo”). Tale appellativo è ampiamente attestato sia nella liturgia sia nell’iconografia bizantina, dove compare frequentemente accanto alle raffigurazioni della Madre di Dio.
Questa ipotesi appare coerente con il contesto storico dell’area, caratterizzata per secoli dalla presenza di contingenti bizantini e da una significativa influenza culturale e linguistica greco-orientale. È plausibile che un appellativo mariano di origine greca possa essersi trasmesso nel tempo attraverso la tradizione orale e la devozione popolare, subendo progressivi adattamenti fonetici fino a stabilizzarsi nella forma attuale.
Ulteriori elementi a sostegno di questa interpretazione provengono dal patrimonio artistico locale. Da Purello, antica Villa Sant’Apollinare, provengono infatti due sculture lignee medievali raffiguranti la Vergine, realizzate secondo stilemi riconducibili all’ambito romanico-bizantino. Una di esse è oggi conservata presso la Galleria Nazionale dell’Umbria, mentre l’altra è custodita nella chiesa locale e viene trasportata annualmente, il 5 agosto, al santuario della Ghea in occasione della festività mariana. Significativamente, fonti orali attestano che ancora negli anni Sessanta del Novecento una di queste immagini veniva popolarmente denominata “Basilissa”, termine greco che significa “imperatrice”, ulteriore indizio della persistenza di un sostrato culturale bizantino.
In conclusione, si può ipotizzare che il santuario della Madonna della Ghea, noto anche come santuario della Madonna della Neve, abbia conservato, attraverso una continuità devozionale plurisecolare, un toponimo di origine altomedievale riconducibile all’influenza greco-bizantina. Tale denominazione sarebbe stata introdotta da comunità di lingua e cultura greca — militari, funzionari e loro famiglie — stanziatesi nell’area nell’ambito della presenza politico-militare dell’Impero romano d’Oriente nei territori dell’Italia centrale.
Un elemento di natura apparentemente contingente, ma significativo sul piano interpretativo, ha contribuito a orientare la riflessione verso una possibile rilettura dell’origine del toponimo. Il 5 agosto 2024, durante un soggiorno nell’isola di Santorini, si è verificato un episodio che ha offerto uno spunto inatteso. Al tramonto, mentre si osservava il sole calare sul mare in compagnia di alcuni conoscenti, un giovane greco, alla vista del paesaggio, ha esclamato: «Maria panaghía» (Μαρία παναγία).
Pur non conoscendo in precedenza il significato del termine panaghía, l’espressione ha suscitato immediatamente interesse, anche per una vaga assonanza con il toponimo “Ghea”. Interrogato sul significato, l’interlocutore ha chiarito che l’espressione corrisponde a “Maria santissima” o “Maria tutta santa”. Tale chiarimento ha reso possibile formulare un’ipotesi etimologica alternativa: il toponimo “Ghea” potrebbe derivare, per evoluzione fonetica e adattamento linguistico, dal greco panaghía (παναγία), sostantivo femminile il cui corrispondente maschile è panágios (πανάγιος), composto da pan (“tutto”) e hágios (“santo”).
Nella tradizione cristiana orientale, panaghía costituisce uno degli appellativi più diffusi della Vergine Maria, tuttora in uso nei paesi di fede ortodossa. Il termine è inoltre ampiamente attestato nell’iconografia bizantina, antica e moderna, dove compare frequentemente accanto alle raffigurazioni della Madre di Dio. La sua persistenza nel tempo e nello spazio ne attesta la forte radicazione nella devozione popolare e nella cultura religiosa greco-orientale.
Non appare privo di interesse il fatto che tale intuizione sia maturata proprio il 5 agosto, data in cui, nel borgo umbro di Purello, si celebra tradizionalmente la festa della Madonna della Ghea. In tale occasione, la statua della Vergine con il Bambino viene trasportata in processione dalla chiesa del paese al santuario situato sul poggio, secondo un rituale consolidato che si svolge la sera precedente e che è caratterizzato da pratiche devozionali collettive, quali orazioni, canti, illuminazioni votive e manifestazioni festive.
Alla luce di questi elementi, si può dunque avanzare l’ipotesi che il toponimo “Ghea” non sia di origine longobarda, bensì greca, e che esso rappresenti una forma contratta o evoluta dell’appellativo panaghía. In questa prospettiva, il riferimento alla santità della Vergine sarebbe stato trasmesso nei secoli attraverso la tradizione orale e la continuità della devozione mariana, particolarmente viva in questo territorio dell’Appennino centrale. Tale continuità si inserisce in un contesto storico caratterizzato, fin dall’età delle guerre gotiche e poi durante il confronto con i Longobardi, dalla presenza di contingenti bizantini, composti da individui di lingua greca che contribuirono a diffondere elementi della propria cultura religiosa.
Ulteriori riscontri a sostegno di questa interpretazione provengono dal patrimonio artistico locale. Dall’area di Purello, identificabile con l’antica Villa Sant’Apollinare, provengono infatti due sculture lignee medievali raffiguranti la Vergine, riconducibili a modelli stilistici di ambito romanico-bizantino. Una di esse è attualmente conservata presso la Galleria Nazionale dell’Umbria, mentre l’altra è custodita nella chiesa del paese e viene portata annualmente, in occasione della festività del 5 agosto, al santuario della Ghea.
Particolarmente significativa è, inoltre, una testimonianza orale raccolta in loco, secondo la quale una delle due sculture era ancora designata, negli anni Sessanta del Novecento, con il termine “Basilissa”, vocabolo greco che significa “imperatrice”. Tale denominazione, lungi dall’essere un semplice appellativo devozionale, sembra riflettere una stratificazione culturale profonda, riconducibile alla tradizione bizantina, nella quale la Vergine è frequentemente associata a una dimensione regale.
In conclusione, si può ritenere che il santuario della Madonna della Ghea, noto anche come santuario della Madonna della Neve, abbia conservato nel proprio toponimo una traccia significativa di origine altomedievale, verosimilmente connessa alla presenza e all’influenza di comunità greco-bizantine. Tali comunità — costituite da militari, funzionari e nuclei familiari — si insediarono in questo territorio dell’Italia centrale nell’ambito dell’organizzazione politico-militare dell’Impero romano d’Oriente, contribuendo a plasmare, in modo duraturo, il paesaggio culturale e religioso locale
testo e foto di Antonella Bazzoli, 31 marzo 2026































