Pax Huic Domui: Il saluto dimenticato di Francesco riaffiora a Perugia
In un’epoca ferita da conflitti, gesti d’odio e atti di violenza, riemerge dal silenzio dei secoli un messaggio di pace che sembrava perduto. È inciso sulla pietra, in una forma antica e solenne: PAX HUIC DOMUI — Pace a questa casa.
Non è una semplice iscrizione, ma il nucleo del saluto che Gesù rivelò a Francesco d’Assisi oltre ottocento anni fa. Un saluto che, inaspettatamente, riaffiora oggi tra le pietre di una casa privata a Perugia, svelando un legame profondo tra la città e l’eredità del santo patrono d’Italia.
Il mistero della pietra di via Sant’Elisabetta
Molte volte, passeggiando poco fuori dalla porta settentrionale etrusca di Perugia, il mio sguardo si era posato su una pietra di spoglio inserita nel muro esterno di un edificio. Sebbene annerita dal tempo e dai fumi della città, l’epigrafe mostrava chiaramente la prima parte: “In nomine Jesu / pax…”.
Tuttavia, le lettere finali, consunte e quasi illeggibili, rendevano il significato dell’iscrizione un enigma insoluto. Qualche settimana fa, l’intuizione: quella frase non era un generico augurio cristiano, ma il saluto francescano primitivo. L’enigmatico termine finale “doi” non era altro che una contrazione medievale per domui (dativo di domus). L’intera frase si è così rivelata nel suo splendore: “In nomine Jesu / Pax Huic Domui”.
Dalle Crociate alla Regola: una missione di pace
Questo saluto non è casuale. Nel Vangelo di Luca si legge: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (10, 5). Francesco fece sue queste parole, elevandole a pilastro della sua missione.
Lo stesso saluto che Gesù aveva rivolto ai suoi discepoli si legge identico nel capitolo XIV della regola “non bullata”[1] testo che Francesco scrisse subito dopo il suo rientro dal regno latino di Gerusalemme.
Il contesto storico in cui Francesco matura questa scelta è drammatico. Nel 1219, durante la V Crociata, il frate di Assisi fu testimone dell’orrore della guerra in Terra Santa. Fu lì che incontrò il sultano Al-Kamil, un sovrano “illuminato” dal quale l’umile frate fu accolto con rispetto ed amicizia, anziché con la spada. Quell’esperienza tra i Saraceni influenzò profondamente la stesura della Regola non bullata del 1221, una Regola che invitava i frati a testimoniare la parola di Gesù anche tra genti di fede diversa, ma recando sempre parole di pace in ogni dimora. Nonostante l’intransigenza del cardinale Pelagio, il legato pontificio in Terra Santa, che rifiutò ogni trattativa di pace da parte del Sultano, Francesco non arretrò: la sua missione di Pace e il saluto che la rappresenta, ribadito non solo nella Regola ma anche nel Testamento che il santo dettò ai suoi frati in punto di morte, oggi ci appare come un atto di resistenza spirituale alla violenza del mondo. Nel documento originale del testamento spirituale giunto fino a noi, Francesco ci ha lasciato il seguente messaggio: «Dio mi rivelò che dicessi questo saluto: che Dio ti dia pace» .
Sulle tracce della chiesa perduta di Sant’Elisabetta
Ma da dove proviene quella pietra perugina? La mia ipotesi è che appartenga alla scomparsa chiesa medievale di Sant’Elisabetta, un edificio francescano che un tempo sorgeva nelle immediate vicinanze, nei pressi dell’antico acquedotto medievale. Oggi, al suo posto, sorgono le facoltà di Matematica e Chimica, ma il legame storico resta intatto.
Non a caso pubblico i risultati della mia ricerca oggi, 17 novembre, nel giorno dedicato a Sant’Elisabetta d’Ungheria. Contemporanea di Francesco, Elisabetta scelse la povertà assoluta rinunciando alla corona e a tutti i suoi averi per dedicarsi agli ultimi con tutta se stessa. La pietra perugina potrebbe dunque provenire dalla vicina e perduta chiesa francescana di Sant’Elisabetta, la venerata regina d’Ungheria la cui storia si intreccia con quella di Perugia, poiché fu in questa città che la santa fu canonizzata nel 1235 alla presenza di papa Gregorio IX.
Il riscontro a Subiaco: un ritratto “dal vivo”?
Un’ulteriore prova che Pax huic domui fosse il vessillo identificativo di Francesco si trova anche lontano da Perugia, nel monastero benedettino di Subiaco. Nella cappella di San Gregorio è conservato un celebre affresco che ritrae il Santo senza aureola e senza stimmate.
Sebbene la compianta studiosa Chiara Frugoni abbia datato l’opera al 1228/1229, molti dettagli suggeriscono che il ritratto possa risalire a quando Francesco era ancora in vita. Ciò che è straordinario è il cartiglio che il santo stringe nella mano destra: vi si legge chiaramente Pax huic domui. Prima dei restauri, in fondo all’iscrizione, appariva la sigla L C X V, da interpretare a mio avviso come riferimento biblico a Luca 10,5. Questo affresco conferma dunque in modo inequivocabile che il messaggio inciso sulla pietra perugina è il medesimo che Francesco trasmise ai suoi frati, riprendendo alla lettera il saluto di pace che Gesù aveva lasciato ai suoi discepoli.
Un patrimonio da salvare
Il mio augurio è che questa iscrizione venga al più presto ripulita, restaurata e valorizzata. Rappresenta una rara testimonianza del messaggio francescano più genuino, poi sostituito dal più celebre “Pax et Bonum” (Pace e Bene).
di Antonella Bazzoli
17 novembre 2025, Festa di Sant’Elisabetta


[1] La regola non “bullata” è quella che il pontefice non volle approvare. Per l’approvazione della nuova regola riveduta e corretta occorrerà attendere il 1223.
[2] Cfr. C. Frugoni, L’invenzione delle stimmate, 1993, Torino, Einaudi, pp. 269-274
- Il ritratto si trova insieme ad altri affreschi nella cappella che sappiamo essere stata consacrata prima del 1227 dal vescovo di Ostia Ugolino, colui che da lì a poco sarebbe salito al soglio pontificio col nome di Gregorio IX. ↩︎






























