Tra il 1496 e il 1497, Ludovico Maria Sforza, giunto all’apice della parabola politica e umana, sprofondò in una depressione inconsolabile. Il 22 novembre 1496 ricevette la notizia della morte dell’amata figlia Bianca Giovanna; poche settimane dopo, il 3 gennaio 1497, un evento ancor più tragico lo colpì: la scomparsa della consorte Beatrice d’Este, morta a soli 22 anni insieme al figlio che portava in grembo.
Vincenzo Calmeta annotò che da quel momento la corte di Milano si trasformò da «lieto paradiso in tenebroso inferno». In una lettera carica di disperazione inviata alla cognata Isabella d’Este, il Duca confessò di aver perso «la più cara cossa havessimo a questo mondo». L’immedesimazione nel lutto fu totale: Ludovico impose a tutta la corte il colore nero, una scelta che risuonava tragicamente con il suo stesso soprannome, il Moro. Non si limitò a vestire solo «de negro», ma fece parare a lutto ogni suo alloggiamento, trasformando la sua stessa esistenza in un rito funebre perenne.
Questa ossessione cromatica e spirituale influenzò profondamente anche le commissioni artistiche dell’epoca. Un esempio straordinario è rintracciabile nel Trittico della Certosa di Pavia, capolavoro di Pietro Vannucci, detto il Perugino, eseguito negli ultimissimi anni del XV secolo e oggi custodito alla National Gallery di Londra.
In origine, l’opera era collocata nella cappella di San Michele Arcangelo. Nel pannello sinistro, Michele appare come condottiero celeste in armatura, affiancato da una bilancia appesa a un albero secco: simbolo del suo ruolo di psicopompo, deputato a pesare le anime dei defunti nel momento del trapasso.
L’elemento più sorprendente e commovente emerge però nello sportello destro, che raffigura l’Arcangelo Raffaele mentre guida amorevolmente il giovane Tobia. In un dettaglio iconografico quasi unico, Raffaele è rappresentato con le ali nere. Questa insolita variazione cromatica suggerisce un intervento diretto di Ludovico il Moro: un segno tangibile del suo cordoglio che sembra trasformare persino l’angelo custode in un messaggero del lutto ducale.
Mentre dedicava «ogni dì più ne la devotione» tra la Certosa e il convento di Santa Maria delle Grazie, il Duca manifestava un «cordoglio quasi forsennato» che finì per divinizzare la consorte defunta. Questo clima di misticismo e dolore segnò la fine dell’Età dell’Oro milanese, offuscando quella lucidità politica che, solo due anni dopo, lo avrebbe portato a perdere il Ducato.
27 febbraio 2026
di Antonella Bazzoli































